Zygmunt Bauman: «[…] se lei fa un incidente in macchina l’economia ci guadagna. I medici lavorano. I fornitori di medicinali incassano e così il suo meccanico. Se lei invece entra nel cortile del vicino e gli dà una mano a tagliare la siepe compie un gesto antipatriottico perché il Pil non cresce. Questo è il tipo di economia che abbiamo rilanciato all’infinito. Se un bene passa da una mano all’altra senza scambio di denaro è uno scandalo.»

Inside Job

Inside Job

Inside Job ha inizio con uno sguardo sull’Islanda, considerata, fino a qualche tempo fa, una democrazia stabile, un paese modello. Un buon posto dove andare a vivere, in cui, però, nell’ultimo decennio, una politica dissennata, dando il via alla deregolamentazione, ne ha determinato la rovina, sul piano ambientale, economico e sociale. Una bolla speculativa, dovuta alla privatizzazione delle banche che con la bancarotta nel 2008 della Lehman Brothers e Aig ha gettato l’Islanda e il mondo intero sul lastrico.

la necessità di un nuovo modello di sviluppo

Il modello si sviluppo capitalista è un modello suicida nel senso letterale del termine. Abbiamo governi che ci parlano di crescita, di globalizzazione, della necessità di aumentare la nostra competitività, di  quanto sia fondamentale attrarre investitori al solo scopo di perpetuare un sistema fondato debito. La cosa buffa è che  quegli stessi governi, che ogni giorno ci ripetono fino alla nausea questi mantra, non riescono poi ad avere una lungimiranza che superi i tre, quattro o forse cinque anni. Abbiamo bisogno di un futuro, è un nostro diritto.

Innanzitutto la globalizzazione  è un processo prettamente economico, è caratterizzata da una forte deregolamentazione delle attività economiche, finanziarie e commerciali,  a seguito di  tale deregolamentazione è possibile per i grandi  gruppi  e grandi banche inserirsi nelle economie locali con il solo obbiettivo del profitto.  Le realtà locali faticano a rimanere competitive con i grandi gruppi e spesso falliscono. Tutto ciò ha effetti devastanti sia sugli ecosistemi che sulle relazioni umane:

1 la  globalizzazione pare renderci infelici. In occidente i livelli di depressione, i fenomeni di crisi di panico,  di ansie, le manie ossessivo compulsive sono in continuo aumento. Pensiamo a un padre di famiglia che si trova a vivere in una società globalizzata e magari lavora in una grande azienda decentralizzata. Avrà su di sé un carico di stress notevole, pochissimo tempo libero da dedicare agli affetti, dovrà essere flessibile, sempre reperibile, disponibile a trasferirsi da un capo all’ altro del mondo pur di non perdere il lavoro.

2 la globalizzazione  ci fa sentire instabili, insicuri. Sia a livello professionale che a livello di identità personale. Dobbiamo conformarci ai modelli proposti dal sistema consumistico, dobbiamo proiettare di noi una certa immagine precedentemente acquistata.

3 Il concetto di crescita andrebbe distinto da quello di sviluppo, essi non hanno il medesimo significato.  In una realtà finita, dove finite sono le risorse, non ci può essere una crescita infinita. Se l’india( economia in crescita assieme  a Brasile, Cina e Russia) che ha una popolazione quattro volte superiore all’ America adottasse i suoi stessi livelli di consumo da sola monopolizzerebbe  quasi tutte le risorse.  La globalizzazione, ha certamente innegabili elementi positivi, a cui però  spesso viene ridotta: miglioramento delle telecomunicazioni, maggiore velocità negli spostamenti ecc…

Sarebbe auspicabile una localizzazione, che non significa  tornare indietro nel tempo  ad un economia chiusa e medioevale, si tratta semplicemente di favorire  la filiera locale dei prodotti necessari  al sostentamento. Non dobbiamo puntare all’ eliminazione del mercato internazionale tuttavia esso andrebbe maggiormente regolamentato.  Gli strumenti che i governi hanno per promuovere un nuovo modello di sviluppo sostenibile sono molto semplici: 1. Regolamentare 2.decidere le attività da tassare maggiormente   e quelle da incentivare maggiormente. 

Facebook, il social media più famoso degli ultimi anni,  è stato lanciato nel 2004 dall’americano Mark Zuckerberg  che inizialmente lo aveva  progettato per gli studenti di Harward. L’omonimo fil

m di David Fincher, vincitore di 3 premi oscar,racconta l’ascesa  dallo scapolo d’oro della rete. La pellicola mette in discussione la paternità dell’ idea che però è una questione  di mero gossip, cioè che è veramente interessante notare è come Zuckerbeg abbia trovato la risposta ad una domanda molto particolare del mercato, la richiesta di avere un piccolo spazio all’interno del quale potersi esibire. Facebook  non è niente di più che un palco scenico, un luminescente biglietto da visita, un contenitore all’interno del quale noi possiamo proporre, come in una complessa operazione di marketing, una versione nuova e migliorata di noi stessi. Tutti possono essere  artisti maledetti, esponenti delle nuove avanguardie e sommi poeti delle frasi fatte. I poche parole uno degli elementi del successo di Facebook dipende dal fatto che ci offre un piccolo spazio completamente personalizzabile e completamente gestibile con un clic. Possiamo, comodamente seduti sulla nostra sedia, scorrere con il cursore tutto il nostro “capitale  sociale” modificarlo, ampliarlo gestirlo.

I rapporti umani non sono mai stati così fragili come oggi se pensiamo alle grandi metropoli ci rendiamo conto che i legami con gli altri sono spesso impersonali  e superficiali, dovuti magari all’ interesse soggettivo del momento.  la formazione di un legame emotivo profondo oggi e raro e le persone  veramente importanti nella vita di ognuno di noi si contano letteralmente sulle dita di una mano. L’uomo è da sempre spaventato dalla possibilità della solitudine e dell’ isolamento, anche se fatica ad ammetterlo,  facebook offre una soluzione a tutto ciò.  Sei tu a creare la tua rete sociale  e se le cose si fanno difficili e complicate basta decidere di bloccare il contatto, di non ricevere aggiornamenti o  di togliersi da un  gruppo. Si eliminano gli oneri, i  doveri e l’impegno che una relazione sociale normalmente richiede.

L’acquisizione della consapevolezza di se stessi risulta  venire dopo l’esperienza della relazione con l’altro. La coscienza degli altri precede la coscienza di se stessi. Noi ci  costruiamo sugli altri, sull’alterità in generale  e  proprio questa potrebbe essere la spiegazione alla base del nostro bisogno  intrinseco di esibirci  bisogno a cui M.Z.  ha saputo rispondere prontamente.   Ci sono dei “vantaggi”rispetto al tradizionale processo di socializzazione a cui vengono sottoposti tutti i nuovi nati, infatti, quando l’utente acquista la possibilità di auto costruire il proprio sè, attraverso la piattaforma, esso è già stato precedentemente socializzato ed  ha acquisito delle competenze sociali tali  da permettergli di rendersi più appetibile per la società, questo è il motivo per cui l’immagine  virtuale raramente corrisponde a quella reale.

 

premessa d’obbligo

Osservare la società o meglio i fenomeni da essa prodotti, non è cosa facile e questo va messo subito in chiaro. Le mie sono: supposizioni, ipotesi, convinzioni, riflessioni che possono essere condivise come possono non esserlo,fatta questa premessa, nei prossimi post scriverò di quello che mi stupisce e mi affascina delle interazioni umane. Saranno sicuramente un mare di banalità senza alcuna dignità sociologica che nessuno mai si degnerà di leggere, ma io le scriverò comunque.